sabato 13 dicembre 2014

Cartier-Bresson e altre cose che non so

Sono passata da Roma l'Eterna e ho visto la mostra su Henri Cartier-Bresson.
Ora, non so chi mi stia leggendo, ma se per caso tu non conosci questo nome, chiudi questa pagina, vai su Google immagini e cerca. A caso, la prima immagine. E meravigliati.
Meravigliati perché se anche tu vivi in questo tempo ti renderai conto, forse, se ti concedi un po' di fortuna, che la bellezza c'è ma non esiste tra di noi.
C'è perché per fare una foto che commuove fino allo stravolgimento basta uno sguardo, ché la bellezza sta negli occhi, ovvietà in disuso, lasciate che lo scriva;
basta la luce in un riflesso, la luce che si piega sulla materia, basta la voglia di immortalare un momento e di lasciarlo alla storia, basta voler racchiudere con un gesto tutta la storia dell'umanità.
Non è servito social network né filtro instagram per paralizzarmi davanti la bellezza. E' bastato un social network e l'ennesimo hamburger con filtro "tramonto soffuso retrò con nebbia vintage e cinquanta sfumature di sto cazzo" per farmi capire che ci sono cose che non capisco.

E questo lato Bresson della vita che non mi appartiene e che mi stupisce.
Mi stupisce il viaggio, la valigia ancora in giro che guardo con affetto come potrei guardare con affetto un animale docile che si affianca, laddove sono più io che mi affianco a lei per desiderio continuo di partire, ché mi fa così bene che quasi me lo stavo scordando.

Mi stupisce il mio cervello, che mi mette in agitazione perché si diverte da solo a farsi inciampare e io mi sento come dall'altra parte della strada a chiamare e subire le sue scelte, lui che mi anticipa e mi precede, mi supera e mi rassicura di starmi vicino. Lui che la psiche è una e sono perfettamente lucida, so che è fermo dentro la mia scatola cranica ma certe volte mi lascia davvero disarmata.

Ci sono immense pagine di diario che vanno scritte e che non andranno al di là del loro lago di inchiostro, dentro i margini del quaderno. Mi chiedo quando arriverà il momento di lavorare come se non ci fosse un domani sulle pagine più furiose della mia minuscola vita, io che tanto amo essere un granello di polvere, cosa detta non per bassa autostima bensì con la consapevolezza che è la polvere che viaggia leggera, che persiste anche se cerchi di cacciarla via ed è quella che meglio riflette la luce quando illuminata ma sa essere discreta se è l'ora del buio.
Rimbaud a 17 anni era irrequieto e scriveva e ha fatto la storia, io a 17 anni ancora cazzeggiavo e pensavo che Rimbaud fosse un drogato. Ora penso ancora fosse un drogato, probabilmente un viziato che aveva l'opportunità di evacuare, ma ora gli voglio piùbbeneassai e lo apprezzo.

Questo lato Bresson della vita  che se avessi incontrato quando mi sentivo un processato al patibolo che con serenità guarda la morte in faccia, avrei capito prima che si trattava solo di capricciosa rassegnazione e che sarei andata ovunque anche se sentivo sarei andata da nessuna parte.
Questa vita che proprio non so cosa significhi, non so chi mi faccia incontrare e perché, non so perché  mi viene incontro lei così, con qualche mostra casuale in una delle città mondo del mondo.

E io lo dico, sì: questa vita è tutta vita. E non lo sapevo. Ci sono promesse da svelare e il mio nome segreto scriverà per molto tempo tantissime cose. Sento di poter scrivere che le cose saranno solo in salita, questo perché nel momento in cui saranno in discesa, semplicemente invertirò la clessidra, e con lei la prospettiva.





                                           Tutta vita è, basta essere tête de noeud.



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